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DA PETRA E ANTON: IL ROSSO ORVIETANO DOC CON ACCENTO TEDESCO

 

Redazione Saperefood.it 19 settembre 2014 Food Stories

 

Lui fotografo, lei giornalista. Dalla Germania si sono traferiti in Umbria dove producono vini biologici: 15mila bottiglie all’anno, compresi tre tipi di rosato. La Tenuta Santa Croce, quattro ettari, sorge intorno a un antico monastero

 

 

di Simone Lupino

 

 

Prendete un italiano, portatelo in Baviera e provate a fargli produrre la birra. Quale sarà il risultato non si sa, probabilmente identico all’originale visto il livello raggiunto da certi birrifici locali. E‘ certo invece che a ruoli invertiti la cosa funziona benissimo. Almeno nel caso di Anton Baur, professione: viticoltore. Tenuta Santa Croce, Sugano, a due passi da Orvieto. Un ex monastero con annessa chiesa, poi divenuto fattoria. Quattro ettari sul margine di un altopiano che un signore tedesco ha trasformato in azienda biologica specializzata in vini. Doc, il Rosso Orvietano appunto, e rosati. „Vini santi“ scherza lui ricordando l’origine del posto. A differenza di molti stranieri che nel corso degli anni sono arrivati in Italia per investire in agricoltura Anton, o Antonio, come si presenta lui quando gli stringete la mano, non è un „vip“ (a Monaco faceva il fotografo), non è un supermiliardario (l’azienda si è ingrandita piano piano su un terreno comprato nel 1985) e non è neanche il tipo che vive barricato nella sua proprietà. „Tra i miei sogni – confessa – c’è quello di organizzare una grande festa dopo la vendemmia con tanta gente e fare la pigiatura con i piedi come una volta“. „Poi certo – aggiunge sempre ironico – ognuno si porta a casa il vino che ha fatto“.

 

 

 

Con Anton c’è la compagna, Petra Regensburger, tedesca originaria di Ingolstadt, città cara agli amanti del romanzo gotico. Due strade, le loro, che si sono incrociate proprio qui sull’altopiano, dove entrambi, innamorati della quiete e della bellezza di questi posti, si erano trasferiti, seppure lei per lavoro tornava di tanto in tanto in patria.Quella per i vini era una passione, che poi è diventata un lavoro. Di mestiere giornalista – realizzava reportage sull’arte per la tv tedesca e tutt’oggi collabora con importanti riviste straniere – Petra si occupa soprattutto della comunicazione („a me viene meglio parlare con le persone – dice – ad Anton con le viti“). Inoltre, quando è il tempo della raccolta, come usava un tempo, prepara il pranzo per gli operai e gli amici nella grande cucina ricavata dove c’erano le vecchie stalle del monastero. La tenuta è nata con i rossi, i rosati invece sono una scommessa vinta. Ottimi come aperitivo, con gli antipasti, con un secondo di pesce oppure di carne bianca. „L’idea – racconta la coppia – ci è venuta durante un viaggio in Provenza, dove la cultura del rosato è molto più diffusa che in Italia“. Ne producono di tre tipi: il Rosato, il Dorato e la Rosvita. Che in Italiano suona come un romantico gioco di parole, mentre in Tedesco è un nome femminile di persona: Roswitta. Divertissement che Anton e Petra usano spesso per le loro etichette, prendendo spunto anche da situazioni concrete. Come per il vino „Papavero“, il fiore che spontaneo cresce tra i filari dei vigneti. Una scommessa, infine, anche quella di imbottigliare in magnum, una „confezione“ riservata alle annate migliori.

 

 

 

L’azienda, che quando l’anno lo permette ha una produzione media di quindicimila bottiglie, vende soprattutto all’estero. „Il settanta per cento in Germania – spiega Anton, il resto qui – Da noi i vini biologici sono molto richiesti, più che in Italia, dove fino a qualche tempo fa si pensava che un vino biologico non potesse essere un vino buono“. Nel loro piccolo aiutano a far conoscere il nome dell’Umbria oltre le Alpi, anche se, spiegano, „ancora oggi c’è chi la confonde con la Toscana“. Come tutti gli imprenditori Petra e Anton si sono dovuti scontrare con la burocrazia e le sue contraddizioni. „Per esempio – racconta lui – per il regolamento della doc dovetti rimuovere degli antichi olivi che si trovavano proprio dentro il vigneto. Ma una volta fatto, ecco che l’anno seguente per la tutela della biodiversità arrivò un’altra legge che invece finanziava gli agricoltori che recuperavano e mantenevano in vita queste realtà“. Molto meglio il rapporto con i vicini, tutti disponibili sin dal primo momento con i nuovi arrivati. Il futuro dell’azienda è il suo presente: „Non pensiamo di ingrandirci perché puntiamo a vendere tutto quello che produciamo“. Passione per il vino e per l’Umbria, basso impatto ambientale e tanta simpatia. www.vinisantacroce.com

 

 

Fonte:
Saperefood.it